Recensione Rabbit Story – Un mondo colorato

Viacheslav Bushuev alla sua prima prova di autore indie. Ci sarà riuscito?

Rabbit Story è un videogioco adventure walking simulator pubblicato il 16 Maggio dall’autore indipendente Viacheslav Bushuev.

Il gioco racconta del coniglio Rabbit che prova a rimediare alla sua goffa colpa di aver dimenticato il compleanno della sua cara amica Kitty. Cerca un regalo per lei, ma quando torna a casa non la trova e decide di mettersi in viaggio alla sua ricerca. Passate un paio di settimane, Rabbit incontrerà Doggy, una nuova amica che le farà dimenticare per un po’ la sua vecchia compagna, fino a che non torneranno i rimorsi ad attanagliarlo.

Tra i boschi

Il gameplay ricalca la semplicità dei comandi e interazioni tipiche dei walking simulator, cammina, raccogli degli oggetti, qualche minigioco, cioè nulla che richieda particolari sfrozi manuali al giocatore. Fastidiosi e per nulla ispirati sono la coppia ternaria di domande di cultura scientifico astronomica, spacciati per indovinelli dalla dubbia qualità e gusto.

Le ambientazioni sono da sogno, nel senso di perfette sfere di cristallo incontaminate, prive di sbavature e complicazioni, ognuna di esse dedita a convogliare una precisa emozione (in questo senso, contribuisce anche il tempo e la stagione): l’estiva e piena di gioia boscaglia dove vive Doggy, la misteriosa e un poco oscura foresta incantanta, l’inquietante e popolato di fantasmi cimitero sulla collina, e poi le foreste d’autunno, carichi di ricordi e rimpianti.

Con calma

In questo senso, Rabbit Story convoglia tutti i mezzi a sua disposizione per notificare il giocatore dello stato del protagonista, e ci riesce bene, con una natura che si trasforma in base alle sue emozioni. Il linguaggio è semplice, diretto al cuore del giocatore.

Efficace la narrazione, dalle mani congiunte di Viacheslav Bushuev e Maria Shamayskaya è raccontata una semplice storia di amicizia, d’indifferenza e di incomprensioni, di un protagonista prigioniero dei suoi sbagli i quali egli, piuttosto che affrontarli, rifugge in continuazione, cercando una consolazione emotiva rapida e che gli faccia dimenticare tutto quanto successo.

Rabbit Story scivola rapido tra le dita delle mani come sabbia, appena un’ora per completare ciascuno dei brevissimi undici livelli. L’esperienza di una tazza di caffé, poca ma da gustare con calma. Il gioco vuole essere una esperienza rilassante, ma per pochi.

Gioco per adulti o per bambini?

Non tutti i giochi sono per tutte le età’. Quando sentiamo o facciamo questa affermazione di solito ci riferiamo a quei giochi dal minaccioso bollino rosso PEGI 18+ che tanto spaventano gli adulti e la stampa generalista. Titoli come Hatred, Doom e la più volte sotto i riflettori serie di Grand Theft Auto non li vorremmo tra le mani di un bambino, men che mai se fosse alla sua prima esperienza videoludica.

Ma la frase scritta sopra può voler dire anche il contrario, perché se è vero che ci sono videogiochi solo per “grandi”, è allo stesso tempo lecito dire che esistono videogiochi solo per i più piccoli. Rabbit Story è uno di questi, o almeno così penso. Infatti l’autore, non scrive da nessuna parte che il suo pubblico di riferimento siano i ragazzini in età prepuberale, e con ragione: la narrazione è matura, tutto il resto ha il sapore dell’infanzia.

C’è una sorta di spartiacque tra gameplay e mondo di gioco vs narrazione: da una parte esploriamo uno spazio favolistico, di forme morbide e giocose, con un punta e clicca semplificato e fetch quest elementari, animali antropomorfi, “carini” per la volontà dell’autore, e per questi motivi più adatte ad un pubblico di minori;

dall’altra la narrazione, un po’ di dialoghi espliciti e pensieri morbosi, affronta tematiche come l’abbandono, l’amicizia che comporta sacrifici, il non detto, la ricerca di felicità immediate e non durature, tutte questioni che sollecitano le corde a una fascia di fruitori adolescenziale (se non adulta).

È una divisione che stride perché netta e non mescolabile: Rabbit Story non prendere una direzione chiara, al contrario si biforca, e sembra di giocare a due giochi differenti.
Io che scrivo ho più di vent’anni, e non metto in dubbio la mia capacità di apprezzare un’opera destinata ai più piccoli: non ne sono in grado. Ho provato noia a raccogliere carote, tagliare la legna, allontare i fantasmi con una torcia.



Al contrario mi sono sinceramente emozionato e rivitalizzato a vedere il giovane Rabbit cadere nei tranelli del rimorso e dell’apatia, far del male alle persone che gli stanno vicino solo per non essere ferito a sua volta. Mi sono rilassato a camminare in mezzo ai boschi. Il level design rende l’ambiente esplorabile ricco di piacevoli scoperte, ognuna caratteristica del livello in cui troviamo. Ma niente più.

Conclusioni

La durata di Rabbit Story, poco più di un’ora, la divisione in undici brevissimi capitoli, sconnessi ed estemporanei, assieme alla struttura da questionario degli “indovinelli” non mi convincono, e non mi permettono di apprezzarlo appieno. Ne posso lodare l’art design e la narrazione, entrambi capaci di convogliare emozioni e sentimenti, ma non posso fare a meno di sottolineare la profonda dissonanza che permane tra il gameplay e la storia, rendendo il gioco due titoli distinti e poco interessanti presi uno ad uno.

Ci tengo comunque a sottolineare che per l’autore, Viacheslav Bushuev, questa è la prima esperienza di sviluppatore indipendente. Troverà di certo, con il tempo, il modo di mettere a frutto le sue conoscenze di chi come lui nell’industria è ormai da dieci anni. Il mio consiglio è quindi di non abbattersi per il risultato ottenuto con la sua prima creazione, e di andare avanti: magari la prossima volta sarà quella buona.



Rabbit Story
5.8
Rabbit Story
Il buono
  • atmosfera azzeccata e ben inserita nel contesto
  • livelli divertenti da esplorare
  • storia toccante
Il cattivo
  • fetch quest e indovinelli ridicoli
  • prezzo ingiusto (8 euro) per quello che offre
  • STORIA
    7
  • GRAFICA
    6
  • SONORO
    6
  • GAMEPLAY
    5
  • LONGEVITÀ
    5

Scrivo meglio di come parlo, il che è tutto dire.