Era il 2014, quando un giovane studio annunciò la sua campagna kickstarter per: Kingdom Come: Deliverance, un titolo destinato a un lungo percorso di sviluppo. L’idea era semplice: costruire un videogioco ambientato nel medioevo con meccaniche da gioco di ruolo, puntando, però, sul realismo e sulla coerenza del mondo di gioco.

A prendersi la responsabilità di questo progetto è toccato a Daniel Vávra, già game designer di titoli molto importanti, come ad esempio il primo Mafia. Non uno qualsiasi quindi, tra l’altro, con consolidata esperienza con gli open world realistici. Ora però spetta a noi giudicare la sua opera, forse una delle più importanti della sua carriera, nonché la più complessa in assoluto.

Un bifolco qualunque

La storia prende luogo verso la fine del quattordicesimo e l’inizio del quindicesimo secolo nella Boemia, anni dello scisma d’Occidente. Noi impersoniamo un giovane: Henry, figlio di un fabbro rinomato. Henry è un ragazzo, e come tutti, passa le giornate con gli amici a bere birra e fare il gradasso con le donzelle. In realtà il nostro giovane protagonista è insicuro e inesperto con tutto ciò che lo circonda, poiché cresciuto in un piccolo villaggio sempre cullato dalla famiglia.

Durante una giornata come tutte le altre, un esercito enorme si presenta davanti alle porte del villaggio. Sigismondo d’Ungheria, decide di invadere la Boemia e di saccheggiare città e villaggi, il tutto per spodestare il frattelastro Venceslao, attuale re, definito non adatto per governare.

Henry riesce a sfuggire per miracolo, e in qualche modo la sua avventura parte proprio dalla sua fuga, la quale, si trasforma in poco tempo in una vendetta verso gli invasori, o più precisamente, verso uno dei comandanti.

Tutta la vicenda che ci troviamo ad affrontare risulta essere impegnativa sin dalle prime ore di gioco, sia per la lentezza sia per la pesantezza della trama, la quale è costituita da una riproduzione storica davvero impeccabile, ma che spesso da più l’idea di essere una lezione di storia, con dialoghi e cutscene, spesso davvero lunghi.

Attenzione però, pesante e lenta non significa di poca qualità. Anche se all’inizio ci sembra una storia come tutte le altre, col passare delle ore e delle “missioni” ci rendiamo conto dell’incredibile livello narrativo che abbiamo di fronte. La fedeltà storica riesce in qualche modo a farci immedesimare nel giovane Henry e ad apprezzare maggiormente il mondo di gioco.

Ove quest’ultimo è stato riprodotto in maniera sopraffina. Non siamo in Skyrim dove le case sono ben costruite e belle pulite, in Kingdom Come, le persone vivono in mezzo al fango, agli animali, sputano e non si preoccupano di prendere in mano un po’ di letame. Le abitazioni sono vuote, con pochissima roba al loro interno, il necessario per sopravvivere

Ogni dialogo ed ogni azione è perfettamente coerente con l’ambientazione e con il periodo storico, compresi gli usi, costumi e il modo di relazionarsi con le persone. Noi, siamo un figlio di un fabbro, un bifolco visto dalla nobiltà, e spetta a noi decidere come costruirci il nostro futuro e in quale modo vogliamo viverlo.

La dura vita nel quattordicesimo secolo

Kingdom Come: Deliverance è un gioco di ruolo nel senso letterale del termine. È un titolo fortemente improntato sul realismo, quasi simulativo oserei dire. Per darvi una chiara idea dell’esperienza, vi elenchiamo e spieghiamo alcune delle meccaniche del prodotto.

Innanzitutto Henry è un giovane fabbro, tra l’altro, inesperto pure nella mansione specifica. Conseguentemente a ciò, non sa usare spade, né archi e né tantomeno scassinare una serratura. Il tutto è assolutamente coerente, voglio dire, è normale che un bifolco non sappia praticamente nulla se non ha mai imparato giusto?

Quindi, per leggere un libro, sarà necessario imparare a farlo prima, stessa cosa per quanto riguarda la caccia e altre cose ancora. Alla fine il nostro personaggio non è personalizzabile nell’aspetto, ma è possibile impostarlo come personalità, come carattere, come specialista in determinate cose, e tutto questo possiamo deciderlo noi semplicemente vivendo il gioco.

Si perché definire Kingdom Come: Deliverance come qualcosa da giocare è concettualmente sbagliato. Questo titolo si vive. Ogni passo che facciamo, ogni duello vinto o perso fa crescere ed evolvere il protagonista. Ma in qualche modo insegna qualcosa anche a noi. Possiamo quindi dire che noi cresciamo insieme al protagonista, come se fossimo noi, ma in maniera dieci volte più grande rispetto a qualsiasi altro GDR.

Provate ad immaginare di essere a fine 1300. Indossate stivali scomodi, una corazza molto pesante e dovete recarvi in un luogo molto lontano da dove siete attualmente. Dopo un po’ vi verrà fame, avrete sonno, vi faranno male i piedi. Tutto questo è presente anche in questo titolo, è importante stare attenti a tutto ciò, altrimenti nei combattimenti rischiamo di essere sopraffatti

Ci sono, tuttavia, altre cose da tenere sott’occhio; mangiare troppo ci rende goffi, bere ci reca confusione, adirittura ingerire cibi poco cotti o di scarsa qualità potrebbe farci male. Questi sono solo esempi, ma danno pefettamente l’idea del gioco: un’esperienza altamente simulativa ambientata nel medioevo, in cui non si può viaggiare con leggerezza e tranqullità, ma occorre farlo preparati e con cognizione di causa.

Le ferite possono impedirci di usare le armi o adirittura ucciderci se perdiamo troppo sangue, dobbiamo quindi curarle con pozioni create da noi, bendarle e riposarci. Altrimenti, conviene scappare a gambe levate, ma occhio alla stanchezza!

Impossibile, poi, non parlare dei combattimenti che si dividono in scherma e attacchi a distanza – archi in particolare – . Esattamente come ogni cosa elencata sopra, è importante allenarsi con queste armi per aumentare la nostra abilità. Gli archi non hanno un “mirino”, spetta a noi capire dove scoccare la freccia, e la spada non possiamo farla volteggiare come se fosse un mulinello, dobbiamo stare attenti a dove colpire l’avversario, a parare nel momento giusto, a capire quando fare una finta etc.

In generale le meccaniche di combattimento funzionano, e anche se nei primi momenti possono creare confusione al giocatore, in particolar mondo durante gli scontri con più nemici da tenere a bada. Col passare del tempo, però, si prende facilmente dimistichezza, inoltre, continuando a combattare, l’abilità di Henry sale, facilitando il tutto. Bisogna solo avere pazienza e premettere che non ha un gameplay particolarmente semplicistico, a volte è persino legnoso, ma funziona.

Usare la forza non è sempre l’unica opzione, il dialogo, il portamento di Henry può spesso rendersi utile. A seconda di come ci vestiamo, di come parliamo, di come ci impostiamo con le altre persone, possiamo uscire da una situazione complessa o meno. Se parliamo con un nobile, tutto sporco di fango e di sangue e con un armature grezza, non possiamo pretendere che ci ascolti, al contrario, se siamo curati e colti, possiamo avere qualche chance.

Mi rendo conto che tutto ciò che state leggendo possa essere complesso per un videogiocatore che vuole solo stravaccarsi sul divano e godere del gioco. Kingdom Come: Deliverance punta molto sul realismo, ma è perfettamente coerente con la volontà degli sviluppatori di ricreare in maniera molto vicino la vita ai tempi dei quattordicesimo secolo. Proprio per questo non è un gioco per tutti, ma prova a essere qualcosa di unico e originale nel panorama.

L’ambizione costa ottimizzazione

Se le meccaniche di gameplay e di narrazione mi hanno abbastanza convinto, l’aspetto tecnico decisamente meno. Il gioco è stato testato su Xbox One X, non sicuramente un PC di fascia alta, ma una console che ha pienamente dimostrato di saper fare grandi cose. Inutile dire che la probabile ambizione del team di sviluppo abbia influito negativamente sull’ottimizzazione del gioco su console – e anche un po’ su PC – .

Il Cry Engine è un motore che ha sempre avute difficoltà su console, se poi ci aggiungiamo che in questo caso parliamo di un open world, le cose non migliorano. Su X, il framerate tiene abbastanza i 30fps e una risoluzione fissa di 1440p, il resto è però decisamente molto molto migliorabile.

Ci capita di trovare texture in bassa risoluzione, pop up eccessivi, caricamenti troppo lunghi – persino tra un dialogo e l’altro – e zone meno d’impatto rispetto ad altre, con differenze proprio sul dettaglio grafico. Le animazioni, pur essendo godibili, sfociano spesso in bug, glitch, rimanendo adirittura bloccate in certi punti, costringedoci a ricaricare la partita, il che non è assolutamente un fatto positivo, visto che salvare nel gioco è assai difficile.

Inutile specificare che mi aspettavo ben altro, ma da un certo punto di vista sapevo che ci sarebbero stati enormi problemi, soprattutto su console. L’importante che vengano sistemati con le prossime patch, in particolare quelli relativi ai bug, ai caricamenti e ai pop up eccessivi delle aree di gioco.

Tra queste ombre c’è però il grandissimo lavoro audio di Warhorse studios. Tra musiche tipicamente medioevali e suoni ambientali perfettamente riprodotti, Kingdom Come: Deliverance è davvero una gioia da ascoltare, con un doppiaggio davvero eccelso, e sembra strano, lo so, ma soprattutto in lingua tedesca.

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