Gli ospedali psichiatrici, o più comunemente chiamati manicomi, erano strutture per la “cura” di pazienti con particolari infermità mentali. La reale storia che si cela dietro a questi ospedali però è ben diversa e una software house di Firenze indipendente -LKA- ha voluto portarci all’interno del famoso ospedale psichiatrico di Volterra (Toscana) per raccontarci le orribili e crudeli terapie che i pazienti erano obbligati a subire, attraverso un crudo walking simulator basato su fatti reali, documentati e ricercati dallo stesso team di sviluppo.

Nato come titolo per la virtual reality, The Town of Light non mira a essere un horror game, ma una esperienza nata per denunciare e non far assolutamente dimenticare gli assurdi metodi di cura degli ospedali psichiatrici, chiusi in Italia grazie alla legge Basaglia del 1978. Attraverso questa recensione cerchiamo di raccontarvi le nostre impressioni e le nostre emozioni che abbiamo provato girando all’interno del padiglione Charcot

La città della luce

The Town of Light non è altro che la rappresentazione dell’ospedale da parte della protagonista di questa vicenda: Renée, una ex paziente dell’istituto che torna nella struttura ormai dismessa, per riscoprire il suo passato e le atroci sofferenze che ha dovuto sopportare durante il suo ricovero.

Ogni stanza della struttura, ogni reparto, ogni oggetto, riesce a riesumare ricordi, esperienze e situazioni spesso dolorose e in grado di catturarci in maniera cruda e senza censure, attraverso il racconto della protagonista, la quale è costantemente in ricerca della verità insieme al suo subconscio. In qualche modo rappresentiamo proprio quest’ultimo e spetta a noi indirizzarla verso una determinata verità, la quale  i suoi ricordi a seconda delle scelte che effettuiamo leggendo la sua cartella clinica.

Nonostamente le piccole decisioni che prendiamo, riaffiorano comunque i ricordi principali, quelli più dolorosi e in grado di portare la protagonista alla scoperta della reale verità della sua intera permanenza nell’istituto. Ogni memoria viene vissuta come un flashback, come una luce fortissima che immortala nella mente di Renée, fotografie perdute che ricompaiono sotto forma di bellissimi schizzi disegnati, rappresentando l’orrore delle torture e della prigionia.

Renée nella sua innocenza, riesce a rappresentare attraverso il suo personaggio e alle situazione che la coinvolgono, diversi pazienti dell’istituto che hanno dovuto affrontare le stesse identiche circostanze. Il lavoro del team sulla ricerca e lo studio di questi fatti, rende il tutto più verosimile e di conseguenza più crucciante. Tremendi momenti vengono mostrati e raccontati: gli abusi sessuali, gli aborti, fino ad arrivare all’elettroshock e alla lobotomia transoborbitale. Il tutto fila in maniera lineare e ordinata, edificando man mano che si prosegue una angoscia reale, che si trasforma nel finale in qualcosa di tristemente sconvolgente.

Camminare tra la decadenza

Renèe ha solo una piccola torcia con se, la sua vista, il suo udito e le sue memorie. Non corre, vive e cerca di assaporare ogni possibile memoria attraverso i vari -pochi- oggetti che si possono analizzare o le carte che è possibile leggere e sfogliare. Tutto è lento, stancante, legnoso, ma realistico e perfettamente coerente con la narrazione, perché è giusto ricordare che The Town of Light è un titolo che fa della trama la sua colonna portante.

Quello che ci fa immedesimare di più in tutta l’esperienza è proprio l’idea di “camminare”. Immaginate di trovarvi in un luogo abbandonato, dove l’edera ormai sovrasta il cemento e il disordine regna sovrano, camminare in questo luogo rende il tutto poeticamente tediante. Ci capita di risolvere di tanto in tanto dei piccoli puzzle ambientali, semplici e inseriti unicamente con lo scopo di allungare l’intera esperienza, che di per se ha una durata davvero ridotta, aggirandosi intorno alle 3 ore.

L’unica vera nota dolente di tutta l’esperienza è la pochezza riservata all’interattività, ci sono momenti davvero interessanti e che smuovono la protagonista a dondolarsi su un’altalena o semplicemente aprire o chiudere una finestra, ma oltre a questo il nulla più concreto, un vero peccato vista l’enorme quantità di oggetti presenti nelle stanze.

Una luce fioca

Il manicomio di Volterra è stupendamente riprodotto, i ragazzi di LKA hanno fatto davvero un lavoro straordinario. Hanno curato il tutto in ogni minimo particolare e il lavoro svolto sull’art design è davvero encomiabile, sia per quanto riguarda la struttura, la riproduzione dell’ospedale e dei vari padiglioni sia per i bellissimi disegni già citati precedentemente. Buon lavoro anche sulla colonna sonora, con tracce davvero interessanti e ben integrante nella narrazione.

Come ogni titolo indipendente però ha le sue pecche. L’ottimizzazione su console è davvero insufficiente il frame rate è instabile e i caricamenti davvero troppo lunghi, sia per quanto riguarda quelli generali dei livelli sia per quelli relativi alle texture. La qualità visiva generale non aiuta sicuramente, mostrando numerosi pop-up e texture di bassa qualità. Il titolo mostra comunque un discreto impatto visivo positivo su pc, seppur sempre con qualche problematica. Bisogna comunque ricordare che è un videogioco sviluppato tramite Unity, da un team che sicuramente avrà l’opportunità di migliorarsi per il futuro.

CONCLUSIONE

The Town of Light rappresenta l’orrore più reale, quello più crudo, che ci colpisce dentro e ci lascia un grandissimo senso di inquietudine. La dura realtà della consapevolezza di quello che succedeva in questi istituti, rende tutta l’esperienza più immersiva, angosciante e spaventosa. Riesce a far riflettere e far provare commiserazione verso i pazienti che hanno dovuto sopportare tutte le enormi efferatezze subite. Un vero peccato che la bellezza morbosa di questo racconto duri solo circa tre ore, presentando un titolo davvero corto e con una interazione ambientale davvero troppo misera.

I ragazzi di LKA hanno riprodotto fedelmente il manicomio di Volterra, curando in ogni minimo particolare l’ospedale, ma non mettendoci però lo stesso impegno nell’ottimizzazione del titolo, che risulta davvero insoddisfacente e presentato sul mercato con diverse problematiche tecniche, soprattutto nella versione console.

Questo giovane team italiano ha delle enormi potenzialità, The Town of Light è un buon punto di partenza e mostra una certa dimestichezza nel “saper raccontare” qualcosa di molto difficile e toccante. Quello che veramente rovina questo titolo è la longevità, la cura tecnica e una interazione non sufficiente in un videogioco di questo tipo, crediamo fortemente nel loro talento, nella speranza di poter presto vivere un’altra loro esperienza videoludica.